CULTURA

 1) Malgrado che qualcuno molto in alto abbia pronunciato una frase fulminante “con la cultura non si mangia” io  ho dato ascolto ai miei genitori che mi ripetono sempre che malgrado il mondo in cui viviamo ciò che conta sarà sempre quello che uno sa.

Credendo in loro mi sto sforzando di finire i miei studi universitari e già penso con gioia al momento in cui sarò dottore. Poi mi guardo intorno e vedo una marea di dottori a spasso, che per disperazione si adattano a fare i lavori più umili, mal retribuiti e spesso sfruttati; e guarda caso chi li  sfrutta non è affatto dottore, anzi, il più delle volte è un ignorante legato a poteri più o meno occulti che fanno della persona umana una merce. E pensare che io sulla  persona umana sto preparando una tesi di laurea che i miei professori definiscono brillante e che pronosticano verrà pubblicata. Mentre la sto faticosamente redigendo  ogni tanto la sfoglio  e mi chiedo se non dovrei ricorrere ad uno psichiatra per interpretare la mia carriera studentesca e il suo esito concreto.          

 

                                                                                                                                  Gian Carlo M.

 2) Caterina, da anni abbonata alla rivista Famiglia Cristiana, di cui si trovano copie sparse un po’ per tutta la casa. Mentre aspettavo che mi portasse il mio dolcetto preferito, da buon nipote viziato, mi è capitata fra le mani una copia di Famiglia Cristiana abbandonata sul vecchio sofà. Sfogliandola distrattamente mi è capitato di leggere un titolo  che ha attirato  il mio interesse: “ lingua, cultura e stile: l’orgoglio dell’Italia”. L’editorialista, Andrea Riccardi, afferma che nel mondo noi siamo ancora più apprezzati di quanto noi stessi pensiamo; ricorda che il mondo ci ammira per la capacità di trasformare natura, vita e oggetti  rivestendoli di bellezza; a suo parere il nostro umanesimo ha un posto importante ancora oggi. Per quel che mi riguarda io sono orgoglioso di essere italiano ma guardando alcuni di quelli che ci rappresentano sul palcoscenico politico mi cadono le braccia; non riesco a rintracciare altro stile se non quello delle osterie, con tutto il rispetto dei loro frequentatori. Il fatto è che noi giovani non riusciamo proprio a trovare motivi di stima nello stile adottato da alcuni di quelli che ci  governano, occupati come sono in risse continue, nello scambio di insulti per nulla garbati che non risparmiano neanche le donne, sostanzialmente ad usare un linguaggio da Trivio, ad assumere atteggiamenti che,se adottati dai giovani, i miei genitori mi dicono avrebbero meritato  sonore sberle da parte degli educatori più avveduti. Per non parlare dei frequentatori di Facebook che si sono votati alla” missione” di estremi difensori di questa o quella fazione politica, adottando e divulgando un linguaggio che incita all’odio. Tutto ciò, a volte, con la tranquilla e compiaciuta indifferenza della classe politica; soprattutto di alcuni “paladini” del popolo e naturalmente difensori dei giovani al quali “si impegnano,” a preparare un luminoso avvenire. Un mio compagno, in vena di facezie, mi diceva che forse per cambiare le cose si dovrebbero arruolare delle squadre di pugili da mandare in visita periodica ai politici italiani di vario colore per insegnare loro, a suon di pugni, come si sta al mondo e come si rappresenta degnamente un Paese, anche e non ultimo  per rispetto di quei giovani di cui si ergono  a maestri e di cui parlano tanto a sproposito:giovani che se dovessero seguire i loro vezzi comportamentali giustamente verrebbero tacciati di adottare uno stile di vita che fa schifo .E’ chiaro che non condivido la posizione del mio amico perché non è col tipo di interventi da lui auspicato che si risolvono i problemi, una cosa però è certa : il cambiamento di cui tutti parlano è possibile solo ascoltando con umiltà e valorizzando con rispetto il patrimonio che i giovani portano in sé: si tratta di aiutarlo a venire alla luce ed a trasformarsi in linfa, sociale  portatrice di quella visione spirituale dell’ essere umano che rischia di andare perduta anche per la troppa vana agitazione dei cultori del sacro.Un giovane ventiquattrenne che ha ancora il coraggio di sperare nel proprio avvenire.

                                                                                                                                     Pier Carlo P.

 3) Io credo che si possa diventare “grandi” negli anni ma rimanere “piccoli” nel cervello. Me ne convinco sempre di più osservando il comportamento dei politici e dei cosiddetti big che appaiono continuamente alla ribalta televisiva, e infine anche di alcuni esponenti religiosi che al livello dei miei 16 anni, mi  lasciano non poco perplesso. Non voglio mancare di rispetto a nessuno perché in famiglia mi hanno educato a rispettare le idee degli altri, però mi hanno anche insegnato a ragionare col mio cervello e pensando con questo al grandissimo problema del clima che minaccia la nostra esistenza, in particolare quello di noi giovani, al problema della pace nel mondo, al rispetto dei migranti, alla sicurezza delle donne e dei bambini, alle speculazioni sulla vita dei poveri… E chi più ne ha più ne metta……,. Quando mi trovo a parlarne con i miei amici e coetanei (perché contrariamente a quanto in molti pensano noi ragioniamo in vista del nostro futuro) molti dei miei interlocutori danno sfogo ad una serie di improperi, molto significativi ma non proprio eleganti, che non condiviso ma capisco perché nascono dalla rabbia di sentirsi emarginati; peggio ancora presi in giro dai troppi ragionamenti sui giovani di cui è pieno il mondo della politica e dei cosiddetti uomini di cultura; non parliamo poi di quelli che sono responsabili della cosa pubblica, specializzati nell’esame sociologico e nella predisposizione di programmi toccasana. Condivido la fede dei miei genitori, anche se sono assalito da non pochi dubbi quando guardo e giudico il mondo che mi circonda; comunque siccome la speranza è l’ultima a morire cerco di coltivarla per quanto possibile in attesa di tempi migliori senza arrivare ad imprecare, però a scalpitare si. Quelli che credono che noi giovani ci consoliamo giocherellando con i telefonini dell’ultimo modello si fermano alle apparenze; il che riferito a quanti vorrebbero essere nostri maestri li definisce da sé per quello che realmente sono.

                                                                                                                                   Serafino M.