SPERANZE

 1) Sono un figlio “tardivo”; mia madre e mio padre si sono sposati tardi ed ora sono entrambi in pensione, ed io ho solo ventanni. Diplomato con buoni voti al liceo classico da non poco tempo sto cercando affannosamente un lavoro per non gravare sulle loro spalle ed anche perché con la mia ragazza non voglio fare la figura del fannullone. Animato da buona volontà ho fatto il portatore di pizze a domicilio, un tentativo di badante di un vecchio signore molto gentile ma purtroppo ho dovuto lasciarlo rendendomi conto di non essere all’altezza della situazione; poi ho fatto il fattorino part-time sostituendo l’impiegato di una piccola ditta che si era dovuto assentare per ragioni di famiglia per un periodo di qualche mese; adesso faccio il passeggiatore di cani che vado a ritirare regolarmente da cinque padroni e accompagno in giro per i giardini, dove danno sfogo ai loro naturali bisogni. È vero che i cani sono amici dell’uomo e, col passare del tempo, mi ci sono pure affezionato; però quando passo dai loro padroni a ritirare il compenso dovuto per le loro passeggiate non posso fare a meno di dire “porco cane che razza di vita è questa!”. A volte mi chiedo perché non ho fatto l’idraulico, l’elettricista l’operaio o qualcosa di simile… Ma così è. Ogni tanto guardo la mia bella biblioteca di cui vado ancora fiero ma dai libri non vedo spuntare i soldi che mi servirebbero per vivere con la dignità di uno che vorrebbe sposarsi, avere figli e magari frequentare l’università.

                                                                             

                                                                                                                                     Vincenzo R.

 2) Ho quasi trent’anni e da quattro mesi la mia donna mi ha regalato un bambino; quando lo tengo fra le braccia mi sembra di abbracciare il mondo. Pur avendo una cultura universitaria finora ho trovato solo lavori a tempo determinato, e così pure la mia ragazza; e adesso naturalmente ha dovuto sospendere il suo per maternità. Quando guardo il mio piccolino mi chiedo angosciato se saprò costruire per lui un avvenire tranquillo che gli permetta di essere felice. Quando ce lo chiediamo insieme, io e la mia ragazza, alla luce dell’odierna realtà che dobbiamo nostro malgrado subire, arriviamo a conclusioni non proprio rosee, ed ora che c’è lui l’angoscia è ancora più profonda. Quando ho il morale in cantina la mia ragazza mi sussurra che Dio ha cura dei suoi angeli. Spero proprio che sia così: glielo dico parlandogli nel mio silenzio interiore mentre guardo quel “pezzo di cielo” che tengo fra le braccia.  Poi,venendo al concreto,mi vien fatto di pensare che forse l’errore esiziale che noi giovani facciamo da tempo è quello di dividerci nei vari partiti. Perché non formiamo un partito dei giovani, con quattro o cinque punti di un programma condiviso da tutti in quanto rispondente ai bisogni vitali che ci accomunano al di là delle ideologie che cercano di accaparrare il nostro voto, snobbandoci dopo averlo ricevuto? Non mi sembra un’idea  del tutto balorda. Siamo milioni e uniti potremmo mandare in Parlamento parecchi rappresentanti che porterebbero nella sede istituzionale giusta le nostre aspettative, suggerendo delle leggi concrete che farebbero presa sull’opinione pubblica. Ne parlavo l’ altro giorno con alcuni amici e mi dicevano che non è un’idea niente male; tradurla in realtà però non è così semplice come enunciarla: non fosse altro perché la sua realizzazione richiede la disponibilità di risorse economiche che noi non siamo in grado di fornire. Però se la enunciassimo forse troveremmo un mecenate e magari delle fonti di risorsa impensate. Sto facendo circolare questa idea e la maggior parte dei miei interlocutori si dice interessato alla sua realizzazione; si tratta di vedere però in concreto quanti sono disposti poi ad impegnarsi concretamente; perché a parole è facile dire di sì e gridare evviva, bravo bravo: è una specialità di noi italiani che ci ha portato finora ad affidarci a bravi “imbonitori”  specializzati nel fare i loro interessi. Non sarebbe ora di non farci “ timbrare” più da nessuno e costruirci un timbro tutto per noi?

                                                                    

                                                                                                                                  Giancarlo S.

 3) Mio padre ha un amico psichiatra. Siccome sto attraversando, con i miei 16 anni, un periodo di crisi, diciamo pure di stranezze che io stesso non riesco a volte a capire e che qualche volta mi fanno anche un po’ di paura, ho accettato il consiglio di mio padre ed un giorno sono andato dal suo amico psichiatra. Devo dire che mi ha fatto una serie di domande che per me sono risultate a dir poco strane e sconcertanti, e se devo dirla tutta proprio fuori luogo: mi sono sentito un malato ed ho avuto paura di esserlo davvero. Per farla breve non ci sono più tornato; anche perché mi sono ricordato di quanto mi aveva confessato un mio coetaneo che aveva fatto la stessa mia esperienza terapeutica; mi disse “Per me è lo psichiatra che ha bisogno dello psichiatra… Mi parlava come se leggesse un manuale… Insomma me ne sono uscito da quell’incontro frastornato più di quando ero entrato e deciso a non ripetere più l’esperienza…” Io non mi sento di condividere un giudizio così drastico e tutto sommato abbastanza gratuito; però probabilmente mi sono lasciato influenzare dal pregiudizio instillatomi dal mio amico “censore”, che peraltro, a dirla proprio tutta, mica tanto giusto lo è. A distanza di tempo mi sembra anche di aver commesso l’errore, nel giudicare quel professionista, di aver ragionato con le emozioni più che con la testa, cosa che peraltro mio padre mi ha fatto osservare. A prescindere dall’episodio, e dalla indiscutibile serietà professionale di chi si prende cura dei giovani, devo  però dire che, in termini generali, noi giovani abbiamo la sensazione che la risposta ai nostri problemi non si trovi nelle cliniche specialistiche per i problemi dei giovani ma piuttosto nella mancanza di veri specialisti nei problemi degli adulti chiamati a prendersi cura dei  problemi dei giovani, per esempio nel saperli ascoltare secondo gli insegnamenti di “ psichiatri illuminati”. Quello del saper ascoltare è un dubbio che ha recentemente avanzato uno “specialista educatore” in un articolo apparso su una rivista di larga diffusione; una specie di illuminazione sulla via di Damasco.  

 

                                                                                                                                       Augusto V.    

         

 

 

 3)  Con i miei compagni di liceo abbiamo esultato vivamente nel vedere Greta alle Nazioni Unite rimproverare aspramente i cosiddetti grandi del mondo, che finora sono stati solo capaci di promettere molto ma di concludere poco in termini di ambiente, il che vuol dire incidere sulla nostra vita presente e futura. E i fatti dimostrano ampiamente che alle mancate promesse per l’ambiente si accompagnano, da tempo immemorabile, quelle riguardanti le impellenti necessità dei giovani a tutti note, oggetto di sapienti dichiarazioni accademiche e di dissertazioni televisive che lasciano il tempo che trovano. Se con i miei professori mi comportassi così loro mi risponderebbero promettendomi di promuovermi ma lasciandomi perpetuamente fisso nella classe di appartenenza; infatti le ripetute promesse di studiare non colmano la lacuna che accompagna il continuo non studiare. Mi auguro che all’ampia audience offerta alle proteste dei giovani con il supporto della ribalta mediatica faccia seguito la testimonianza mediatica delle realizzazioni fatte in tempo di audience. Confesso di essere molto scettico in proposito, ma finché c’è vita c’è speranza; solo che noi giovani siamo stufi, anzi arcistufi, di ricoprire il ruolo di “speranzosi”. 

 

                                                                                                                                   Ludovico A.